Tempus fugit: la storia di un vecchio – finale

Tempus fugit: la storia di un vecchio – finale

Ettore scosse la testa, storcendo il viso in una specie di sorriso. Poi continuò.

‘Alla fine arrivarono, praticamente sotto di noi. Achille mi lanciò un’occhiata, poi tornò a guardare verso la strada.

L’attimo dopo, stava sparando.

Noialtri facemmo lo stesso. Uno dei primi colpi prese in pieno il soldato sulla motocicletta, che cadde su un fianco. Il camioncino frenò bruscamente, mentre cercavamo di riempire il cassone di pallottole. Io, figliolo, senza mezzi termini, mi stavo cacando sotto.

Quelli erano soldati. Noi eravamo straccioni.

Cominciarono a scendere dal retro del camioncino e dalla cabina, due, quattro, sei soldati. Cominciarono a rispondere al fuoco. Sparavano verso di noi. Saranno stati pochi minuti ma a me sembrava non finisse mai.

Credo di averne preso almeno uno.

Avevo ucciso un uomo. A 17 anni. Gli altri caddero in sequenza. Ma una pallottola, diretta ad Achille, non mancò il bersaglio. Era a pochi metri da me, lo vidi accasciarsi a terra.

Ebbe giusto il tempo di sparare l’ultimo colpo.

L’ultimo rintocco di quella vita. Quello che venne dopo è nebbia figlio mio. Ricordo solo che ci avvicinammo a quei corpi per rubare le loro armi e le loro munizioni.

Quello che ancora oggi mi strappa una lacrima amara è che Ettore quella notte sopravvisse ad Achille. Libro e moschetto figliolo, libro e moschetto’

il vecchio Ettore aveva detto la verità. Una piccola lacrima scese rapida lungo quel volto di corteccia. Rapidamente l’anziano la asciugò.

Poi non parlò più.

Angelo, commosso dai ricordi di quel vecchio guerriero, pure rimase in rispettoso silenzio. Il vento soltanto si sentiva in quel momento, mentre lasciava che le foglie delle siepi di quel parco ne modulassero il suono. Dopo pochi minuti, il vecchio fece per alzarsi. Angelo lo guardò, poi gli disse:

‘Signor Ettore! Grazie per avermi raccontato la sua storia’

Il vecchio lo guardò negli occhi, prese un breve respiro e gli rispose, sorridendo di nuovo:

‘Non è solo la mia storia figliolo. È la tua, quella dei miei figli e dei miei nipoti. È la storia di tutti. Sei un bravo giovane. Ma non mi hai ancora detto come ti chiami’

‘Mi chiamo Angelo’ rispose il ragazzo, leggermente imbarazzato per non essersi presentato dal primo momento.

‘Angelo, -ripetè il vecchio- cerca di fare onore al tuo nome figliolo’

‘Come lei ha fatto col suo signore?’ chiese sorridendo il giovane.

L’anziano sorrise di rimando e rispose, alzandosi dalla panchina.

‘Di più figliolo, di più!’

Con un gesto di saluto, Ettore, il forte Ettore, si congedò, lasciando Angelo seduto su quella panchina di pietra.

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Tecumseh – Tramite Recto

Vivi la tua vita in maniera tale che la paura della morte non possa mai entrare nel tuo cuore. Non attaccare nessuno per la sua religione; rispetta le idee degli altri, e chiedi che essi rispettino le tue. Ama la tua vita, migliora la tua vita, abbellisci le cose che essa ti da. Cerca di vivere a lungo e di avere come scopo quello di servire il tuo popolo. Prepara una nobile canzone di morte per il giorno in cui ti incamminerai verso la grande separazione. Rivolgi sempre una parola od un saluto quando incontri un amico, anche se straniero, in un posto solitario. Mostra rispetto per tutte le persone e non umiliarti davanti a nessuno. Quando ti svegli al mattino ringrazia per il cibo e per la gioia della vita. Se non trovi nessun motivo per ringraziare, la colpa giace solo in te stesso. Non abusare di niente e di nessuno, per farlo cambia le cose sagge in quelle sciocche e priva lo spirito delle sue visioni. Quando arriverà il tuo momento di morire, non essere come quelli i cui cuori sono pieni di paura, e quando arriverà il loro momento essi piangeranno e pregheranno per avere un altro poco di tempo per vivere la loro vita in maniera diversa. Canta la tua canzone della morte e muori come un eroe che sta tornando alla casa.”

Tempus fugit: la storia di un vecchio -parte 4

Tempus fugit: la storia di un vecchio -parte 4

Camminavano, calpestando l’erba e gli arbusti con una delicatezza incredibile. Mentre io inciampavo e arrancavo sotto il peso delle munizioni e del mio stesso fucile, gli altri sembravano gazzelle. Un passo alla volta, raggiungemmo la boscaglia che correva lungo la piccola strada di terra. Sapevamo benissimo per quale motivo eravamo là. Io però non ci volevo credere. Avevo troppa paura. Ricordo chiaramente che pensai, per tutto il tempo di quella interminabile attesa, qualcosa tipo <<ma chi me l’ha fatto fare?>>.

Qui non si scherza, qui si muore. E io avevo 17 anni figlio mio. Fu quella notte che capii che doveva esserci qualcosa di radicato in quegli uomini e quelle donne.

Qualcosa di più forte della carne, che a me già doleva per la fatica, qualcosa di più inossidabile del ferro e dell’acciaio di cui erano fatti quei fucili. Era una idea. Una idea folle. La convinzione che pure il più inerme dei popolani potesse rivendicare la sua libertà. Oggi ne abusate. Oggi è libertinaggio. Ma allora la gente moriva.

Moriva per lasciare a voi la possibilità di usare questa libertà come meglio credete’ Il vecchio, infervorato da questo discorso, si lasciò andare a piccoli gesti di stizza. Poi si rese di nuovo conto che al suo fianco non sedeva il classico giovane menefreghista, si calmò un poco e riprese.

‘Ci sistemammo, nascosti tra i cespugli, nell’attesa che quella pattuglia passasse. Se oggi dovessi dirti i nomi di chi era con me, ti confesso che non me ne ricordo molti.

Forse c’erano Franco, il padre dell’artigiano che ha costruito questa panchina, forse c’era Mario, il nonno della panettiera, quella che ha il negozio all’angolo della strada che attraversa il paese. Ma uno lo ricorderò finché queste ossa avranno ancora un po’ di forza. Achille. ‘il Tosto’ lo chiamavano al campo. Ti lascio immaginare, figlio mio, il perché. Sembra quasi uno scherzo, vero? Ettore e Achille nella stessa squadra! Al Padreterno non manca il senso dell’umorismo.

No, decisamente no.

Le ore passavano, e noi quasi ci si prendeva a schiaffi pur di rimanere svegli. Finché non lo sentimmo.

Il rumore di una motocicletta.

Proprio ‘il Tosto’ afferrò il binocolo che portava con sè e cominciò a scrutare verso il punto da cui proveniva quel rumore. <<Arrivano. Una moto e un camioncino di trasporto. Caccia grossa oggi!>> ci sussurrò, e subito imbracciò il fucile.

Io tremavo, ma sollevai anche il mio, puntato verso la strada che di lì a poco avrebbero percorso i tedeschi. Comparve in lontananza, la luce di un faro.

Era la motocicletta che avevamo sentito, avanzava lentamente per aprire la strada al camioncino verde che seguiva, a fari spenti. Caccia grossa. Povero diavolo’

[…]

‘Dolce e CHIARA è la notte, e senza vento..’

“Mi chiamo Chiara, e sono triste.

Misuro a piccoli passi  il pavimento liscio e lucido della mia stanza, canticchiando la mia canzone preferita. Cerco di trovare una spiegazione. Cerco di trovare un perchè.

Cerco una ragione a tutto quello che mi sta accadendo. Forse un giorno tutto questo finirà. Forse un giorno capirò. Intanto penso. Cerco di ragionare.

Ma non ci riesco.

Non ci riesco.

“’cause I’m broken when I’m lonesome…”

“perchè mi sento a pezzi quando sto da SOLA…”

“…and I don’t feel right when you’re gone away…”

“e non sto affatto bene quando te ne vai…”

non ci riesco.

Ma chissà chi è quello…

per quale motivo adesso mi viene in mente quel tipo? Con tutti i pensieri che ho adesso… certo che è strano. Che guerra inutile. Che guerra stupida. Che guerra balorda. Che guerra ladra. Se solo sapesse che sta rovinando una famiglia forse smetterebbe. Non me ne frega niente che sta distruggendo città su città, che sta uccidendo tantissime persone, che sta lasciando il mondo vuoto…

io rivoglio mio padre.

Rivoglio la mia famiglia.

Mio padre è un ufficiale dell’esercito. Mio padre è partito pochi giorni fa per raggiungere i “suoi uomini”. Mio padre pensavo fosse bellissimo nella sua uniforme.

Mio padre adesso mi manca. Chissà dove si trova adesso… forse in viaggio, forse in riunione per organizzare un attacco. Ma mi manca.

Rivoglio la mia famiglia.

Mia madre adesso è nell’altra stanza. Piange. Sono due giorni che piange. Da quando  papà è partito non fa altro. Sembra morta. Una morta che piange.

“’cause I’m broken when I’m lonesome…”

“perchè mi sento a pezzi quando sto da SOLA…”

“…and I don’t feel right when you’re gone away…”

“e non sto affatto bene quando te ne vai…”

intanto io canticchio queste parole. È la mia canzone preferita ed è perfetta per me. Io sono nata sola. Da quando sono a questo mondo ogni spostamento con la mia famiglia significava ricominciare da zero.

Ricominciare da zero.

Ogni volta.

Non ho amici, tanti conoscenti ma non ho amici. Avevo la mia famiglia. Mia madre, mio padre. Adesso non ci sono neanche loro. Uno è a combattere una guerra, l’altra si ammazza di dolore e di preoccupazione. Non  me la sento di parlarle di me adesso, dei miei problemi. Mi sfilo la maglietta e la lancio sul letto. Chissà cosa vuole quel tipo, quello che mi guarda. È strano. Mi sa di cattivo, di marcio. Forse ho addirittura paura di lui, con quelle magliette strane con i lupi e le lune e quant’altro, quegli occhi spenti e l’aria da cane bastonato… il suo amico però è carino, mi piacciono i suoi capelli.

Mi metto a ridere. Che cavolo di pensieri che mi vengono. Però è vero quel tipo ha qualcosa di strano.

Poi è come se mi seguisse, come se volesse qualcosa da me. L’ho persino visto al mare dove di solito vado per non incontrare nessuno! Diamine è una ossessione… si è strano davvero. Però mi piacerebbe conoscere il suo amico.

Mi metto a ridere di nuovo. Da sola nella mia stanza me la rido. Poi mi sento a disagio pensando a mia madre e a mio padre e smetto subito. Devo dire però che quel tipo mi incuriosisce. Le stesse cose che di lui mi mettono paura mi fanno anche chiedere cosa diavolo possa mai passare in quella testa.

Aspetta un attimo…

è vero!

Mi sono diplomata quest’anno e adesso ricordo di averlo visto al liceo qualche volta. Non è cambiato molto da quando l’ho individuato per la prima volta in giro per i corridoi prima che cominciassero le lezioni. Dio, era e resta inconfondibile! Sarà fissato coi lupi, non ricordo di averlo visto mai senza qualcosa addosso che riguardasse quegli animali… che stupido… forse non l’ha mai neanche visto un lupo in vita sua!

Quello che mi chiedo è come mai non l’abbia riconosciuto quando l’ho visto al mare poco tempo fa… si è girato verso di me, mi ha guardato… poi si è voltato di nuovo verso il mare come se avesse avuto paura di me… poi è venuto giù il finimondo: pioggia, lampi, tuoni… non è che porta sfiga? Sempre così scuro in volto…

mi ha guardato…

dopo che un gabbiano è voltato verso di me… poi sembrava che parlasse da solo verso il mare.

Anzi sembrava che parlasse con il mare. Deve essere suonato. Deve avere qualche rotella fuori posto. L’amico però è carino. L’ho notato quando li ho visti alla stazione. Hanno salutato un soldato.

Beh, anche io l’ho fatto…

erano tristi, come lo sono io.

Dove sarò domani? Diamine sono stanca… sarò di nuovo in giro con la mia musica nelle orecchie, di nuovo spenta come una radio di vent’anni fa… di nuovo sveglia pensando che sia stato tutto un sogno… Ho paura.

E poi c’è sto tipo.. “lupo”solitario col taglio sull’occhio… ho paura anche di lui. Cosa vorrà mai da me?

Niente… non vuole niente. Non deve voler niente. Non voglio altro dolore, né tantomeno darne agli altri. Lasciamo che mi guardi, non fa niente di male in fondo.

Non mi sento neanche a disagio quando mi guarda… tanto sarà un tipo timido. Distoglie lo sguardo appena nota che mi accorgo di lui… che stupido…

Angelo si chiamava! Ora ricordo!

Che stupido.”

Tempus fugit: la storia di un vecchio – parte 3

Tempus fugit: la storia di un vecchio – parte 3

Nel ’43, i tedeschi avevano raggiunto anche queste regioni, e alcune persone di buon cuore, anche qui in questo paese che è un miracolo vedere raffigurato su una carta geografica, decisero di prendere le armi e resistere.

Resistere. Tutti. Ex fascisti, antifascisti, socialisti. Tutti quanti: vecchi, giovani, donne. C’era qualcosa di incredibilmente unificante in quella parola. Resistere. Non sapevamo nemmeno che sarebbero poi arrivati gli Americani. Volevamo solo scacciare la causa di tutto quel dolore. E quella causa, figlio mio, parlava tedesco. E, purtroppo, anche italiano a volte.

Io decisi di partire senza dire nulla a mia madre. Durante una notte presi quel poco che mi apparteneva e me ne andai di casa, dritto verso quella montagna là, che ormai non vedevo più da tantissimo tempo. Avevo 17 anni, figlio mio. 17 anni’

Nel ripetere questo, il vecchio Ettore abbassò lo sguardo. Erano i ricordi di un ragazzo diventato uomo troppo presto. Era la grande storia del ventesimo secolo che pesava sulle spalle di un solo allora giovanissimo Atlante, seduto, ormai anziano e stanco, al fianco di un ragazzo col giubbotto di pelle. Un piccolo soffio di vento raggiunse i due, mentre Ettore riprendeva a parlare.

‘gli uomini e le donne che si nascondevano sulla montagna mi accolsero come una famiglia. Pensai a quel tempo di ringraziare Dio per avermene restituita una, dopo che la mia giaceva distrutta in Grecia, in Albania e a pochi chilometri da quel campo inerpicato tra gli alberi. Mi diedero un’arma, mi insegnarono ad usarla. Imparai a combattere quando non avevo nemmeno ancora sentito il calore di una donna.

<<Libro e moschetto>> dicevano. Se soltanto ne avessero letto qualcuno in più di libro!’

A questa battuta, entrambi non poterono fare altro che sorridere. Angelo guardava quel volto come se guardasse un monumento e pregò con uno sguardo il vecchio perché continuasse col suo racconto. Non ci fu bisogno di altri cenni, sembrava che il povero Ettore non aspettasse altro da secoli.

‘Ricordo ancora la mia prima sortita con quelli che in quei mesi sarebbero diventati i miei nuovi fratelli. Poco distante da qui, ai piedi della montagna, c’era un vecchio tratturo, l’unico accesso al paese prima che costruissero la strada nuova negli anni ottanta. Alcuni miei compagni avevano individuato una piccola pattuglia tedesca che percorreva quella stradina, probabilmente proprio per bloccare l’ingresso al paese ed evitare che la gente scappasse. I compagni più esperti organizzarono una squadra. E per un caso che non so se definire fortuito o no, chi avrebbe dovuto andare al posto mio si ammalò quella sera stessa. Decisero che era il turno del ‘ragazzino’, come allora mi chiamavano. Ti giuro, figlio mio, credo di non avere mai avuto paura come quel giorno’

Angelo si lasciò andare ad un commento: ‘immagino. O meglio, vorrei poterlo immaginare’.

Il vecchio Ettore prese un respiro profondo e ribatté: ‘No figliolo. Non puoi’

‘E’ vero -sussurrò Angelo- ma ultimamente credo di averla conosciuta la paura. E credo anche che sia stata la stessa’ nel dire queste parole il giovane abbassò lo sguardo, ma con la mano fece un gesto al vecchio in modo da invitarlo a continuare il suo racconto. C’è qualcosa di profondo nell’ascoltare le storie dei vecchi e Angelo per la prima volta se ne rendeva conto.

Ettore comprese che Angelo era lì per ascoltare, non per giudicare. Continuò.

‘Quella stessa notte, raccogliemmo quel poco che avevamo per uccidere e ci avviammo sul fianco della montagna per raggiungere il tratturo’.

[…]

De armis heroibusque: affilare l’ingegno, oltre che la lama.

De armis heroibusque: affilare l’ingegno, oltre che la lama.

Postfazione alla prima stesura della traduzione in italiano corrente del ‘Flos Duellatorum in Armis, Sine armis, Equester et Pedester’ di Fiore De’ Liberi da Premariacco – 1410, Getty Museum Manuscript – Los Angeles.

Ovvero ‘Delle Armi e degli Eroi’

Ovvero ancora ‘Sull’interesse e l’amore viscerali per le Armi e le Virtù Eroiche e Combattenti di un giovane nell’anno del Signore MMXVI’

Sono appena arrivato al termine di questo mio piccolo ed estemporaneo lavoro, portato a termine per pura passione in connubio, come è giusto che sia, con quelli che sono i miei studi in Linguistica Italiana e Filologia Romanza, i cui corsi di studio hanno fornito il materiale conoscitivo e analitico a che io riuscissi perlomeno a dare un ordine ed un senso, prima di tutto per me stesso, a queste splendide parole in lingua Volgare.

Il ‘Flos Duellatorum’ o ‘Fior di Battaglia’ è un testo che può benissimo essere catalogato nell’eccellenza della manualistica tecnica e strategica di ogni tempo ed epoca storica. Composto nell’anno 1410 a Ferrara da Fiore dei Liberi da Premariacco, il Flos è arrivato a noi, pur riferendoci ad esso come ad un manuale unico, testimoniato in tre manoscritti diversi. Il più completo ed elegante per la forma in versi e la ricca decorazione è il manoscritto conservato in facsimile nella collezione dello scapigliato Carlo Pisani-Dossi, la cui traduzione in toto è stata pubblicata successivamente dal Novati.

Altre due trascrizioni, queste in prosa, sono conservate una al Getty Museum di Los Angeles, California, e l’altra nella collezione Morgan. Le ipotesi sulla precedenza di un manoscritto rispetto agli altri e sulle difformità soprattutto stilistiche sono innumerevoli, ma la più plausibile, senza che si escludano le altre, è che la redazione in versi, corredata di proemio in lingua Latina e in lingua Volgare, sia stata composta per essere dedicata e poi donata alla corte di casa d’Este a Ferrara, e che invece le redazioni in prosa fungessero da complemento e ausilio vero e proprio ai maestri d’arme del tempo. Non aiuta poi il fatto che tutte le redazioni siano databili al principio del secolo XV.

La struttura dei manoscritti non differisce in alcun modo: le tecniche vengono mostrate da un disegno, spesso riccamente decorato in oro e argento, che raffigura un Magistro e uno Scholaro o più in generale due o più Zugadori, raffigurati nell’atto dell’esecuzione della tecnica, preceduto da una glossa di breve durata che ne esplica la procedura, talvolta in prima persona, talvolta in modo impersonale, talvolta con un discorso diretto al lettore. L’originalità e l’importante capacità comunicativa dell’opera consistono proprio in questo: nella interdipendenza e nella funzione pedagogico-esplicativa-divulgativa dell’unione tra testi ed immagini, il tutto votato all’addestramento alle armi.

Di tutta la testimonianza manoscritta appena citata, per questo piccolo lavoro ho scelto di basarmi sulla trascrizione proveniente dal manoscritto del Getty Museum, riproponendone in copia le immagini, e di ridurre il lavoro alla sola traduzione ed interpretazione della parte inerente la Scherma e l’uso della Spada. Non certo per pigrizia, ma per motivi di ispirazione in un certo senso poetica, simbolica e con un fine non certo pedagogico o accademico, ma puramente culturale.

Il titolo completo dell’opera è ‘Flos Duellatorum in Armis, Sine Armis, Equester et Pedester’.

È facile notare, o perlomeno immaginare, quanto sia ampia la trattazione di ogni tecnica di combattimento descritta dall’autore nella sua opera, a partire dal confronto a mani nude per passare poi alla scherma in ogni sua forma fino al combattimento in armatura, con armi diverse e infine a cavallo.

Fermo restando che nulla mi vieti in futuro di avventurarmi nella traduzione, interpretazione e magari, perché no, nel commento dell’intera opera, nella mia immensa ignoranza odierna da misero studente ho scelto di lavorare da piccolo nel piccolo, traducendo ed interpretando un solo estratto che pure è pregno di conoscenze tecniche ed atletiche, nonché di dettagli violenti, duri e rozzi come si confà agli uomini esperti nelle armi del tempo. Certo, non parliamo di un manuale di botanica o di cucito per le ‘feminette’, ma ancora adesso, dopo averle scorse e ri-scorse per dare una forma perlomeno comprensibile ad un parlante italiano contemporaneo, rileggendo quelle glosse talvolta scappa un sorriso. O una smorfia di disgusto. Una descrizione in particolare mi sono permesso di trascriverla, tra parentesi, in forma originale perché si capisse fino a che punto arrivasse la crudezza di certe immagini).


Terminata questa introduzione al testo originale, peraltro breve ed incompleta, vorrei motivare questo uso così classico nella titolatura di questa Postfazione. Ed ho intenzione di farlo cominciando proprio con una piccola (non è vero, non è piccola) polemica.

Esistono ancora Eroi nel mondo di oggi? Quali figure possono essere elevate a tale rango, quando ci si guarda intorno e regnano la prevaricazione e la bassezza?

La Mesopotamia ebbe Gilgamesh; la Grecia ebbe Menelao, Ettore, Achille, Ulisse, Aiace, Patroclo come pure Leonida e i suoi 300 e via giù di nomi fino a notte, contrastati o amati da altrettanto innumerevoli Dei e Dee che ne rispecchiavano emozioni, virtù e vizi nell’alto del loro Olimpo così divino eppure così terreno; Roma ebbe Cesare, Annibale, come pure gli eroi del popolo, gli schiavi combattenti e i campioni dell’arena: i Gladiatori; il medioevo tinse di croci rosse i petti più validi della gioventù del tempo contro l’infedele nelle Crociate, e fece delle armi simbolo di gloria eterna e riscatto e potere; L’età moderna vide l’Europa in un ininterrotto (o quasi) tempo di guerra, e la nobiltà ‘d’arme’ pure ebbe buon gioco. Di una Spada aveva bisogno Sièyes durante le ultime battute della Rivoluzione Francese, e la Spada era quella di Napoleone Bonaparte, il quale con la Spada costruì un impero, per vederselo tolto alla fine, ironia della sorte, con la Spada a Waterloo; Col moschetto e la Spada e i Mille di Garibaldi è stato unificato il nostro Paese, mossi tutti dal pensiero e dalla lungimiranza e dall’opera filosofica e politica di Mazzini e Cavour e dalla volontà del popolo (non tutto, lo so, ma non è questo il momento né il luogo) e col moschetto e la Spada reagirono i Briganti nel meridione; Con le Armi si presero Trieste e l’Istria irredente dagli Austriaci invasori e Fiume e il Carso; Con le armi si sparse sangue in Normandia e si andò a morire in Grecia ed in Albania ed in Russia, ma si vinse l’eternità a El Alamein dove ‘mancò la Fortuna, non il Valore’.

Ma oggi chi c’è di degno a tal punto da essere chiamato Eroe per l’esercizio giusto delle Armi? Oggi abbiamo i soldati è vero, uomini che per il Generale di Corpo d’Armata, nonché coltissimo scrittore, Fabio Mini fanno “un lavoro di merda che gli piace”, ma che spesso e volentieri sono ‘eroi’ soltanto per i media, e se i media non ci sono vengono dimenticati a loro stessi e al loro dovere.

Che cos’è un Eroe? Cosa simboleggia? Cosa Significa? Ma soprattutto quale significato può avere la sola parola ‘Eroe’ in una società come quella moderna che ha evidentemente perso qualche valore antico nel corso della sua storia?

Gli Eroi, e cito testualmente la definizione del Generale Mini sul retro di copertina del suo libro ‘Gli Eroi della Guerra’, “si pongono al servizio della loro comunità, assecondano il destino, gli ideali o l’ambizione, intervengono sul corso della storia con le armi, la fede e il valore […]”.

L’Eroe è ispirazione, l’Eroe è modello, l’Eroe è abile nell’uso delle Armi e le mette al servizio di chi è più debole, l’Eroe cambia la storia.

L’Eroe ho paura non esista più.

O meglio esiste, ma è inglobato, inghiottito nella moltitudine di falsi idoli propinati a mitraglia da un sistema mediatico che sta sovvertendo i valori (E di più non commento, non ho né qualifiche né posizione né l’età che servirebbe per spingermi oltre). È nascosto, è occultato nella nebbia. Va cercato. Va trovato.

E la guerra, nel suo significato anche più esteso di conflitto, di confronto, la si fa con le Armi.

E le Armi infine, bisogna saperle usare.

Oppure ci si spara su un piede (e viste certe crocerossine, non va neanche tanto male così).

Oggi fare un ragionamento del genere ha quasi uno stampo anacronistico.

Eroi della Guerra, infine, forse non ce ne sono più, ma si può essere Eroi per chi si ama, e per se stessi. E la Guerra, che pure si combatte ancora oggi, possiamo, semanticamente giocando, estenderne il senso alla vita stessa, come le Armi, oltre che lame e fucili e pistole e cannoni, possono pure essere le caratteristiche umane necessarie perché si viva una buona vita vincendo le proprie battaglie.

È questo il punto, l’ispirazione poetica che mi ha spinto ad affrontare questo piccolo lavoro.

Ciò che mi preme e motiva, inoltre, è l’evidenziare come personalmente io ami considerare l’esercizio alle armi, anche in un periodo storico di pace (apparente) come il nostro, al pari dell’esercizio delle Lettere che pure amo profondamente. Non di certo per un ritorno alle motivazioni bellicistiche del Ventennio sia chiaro. Lungi da me un discorso del genere, di stampo apologetico o nostalgico. Che poi, nostalgico di che? Nemmeno ero nato, suvvia.

Ma, al contrario, perché auspico, pur avendo 26 anni scarsi e vivendo in un mondo che per me incomprensibilmente ripudia l’uso e l’arte e il significato profondo che può avere una tale conoscenza, che si affronti con l’esercizio delle Armi, nello specifico del fine ‘poetico’ di questo piccolo lavoro, un percorso di perfezionamento personale.

Che siano arti marziali, sport simulativi, qualsiasi cosa. È una scala dell’eccellenza che si sceglie di salire di piolo in piolo, sbagliando ed imparando, imparando e sbagliando ancora. Analizzando volta per volta il ‘punto di rottura’, il fallimento, con mente aperta e cuore determinato, e allungando ogni volta la mano verso la perfezione. Che mai si raggiunga però, perché è il traguardo verso cui tendere ogni giorno un po’ di più.

Alcuni Magistri moderni recitano un detto ai loro Scholari: ‘gli amatori si allenano finché non riescono a farlo giusto, i professionisti si allenano finché non sbagliano’.

È un tendere all’infinito, un passo finito alla volta.

Si sono perdute, temo, nei secoli, le concezioni di ‘Difensore’, di ‘Condottiero’, di ‘Guerriero’.

La filosofia Giapponese a riguardo è florida, corposa e ricca di modelli ispirativi.

Noi occidentali ci siamo persi per strada.

Ma il passato, le conoscenze che ci sono state tramandate, sono non soltanto splendide per il loro valore culturale, ma fondamentali come ispirazione e trampolino di lancio per un discorso come quello che affronto io oggi. Che non sono nessuno è vero, ma vivo costantemente la profondità di senso che queste parole possiedono.

Perché come nell’esercizio delle Armi ci si allena e si sbaglia e si ripete e si impara, così nella vita si traspongono quei buoni sentimenti di rispetto ed onore e correttezza e valore che tanto erano cari a chi esercitava l’uso delle Armi in passato. Chi ci ha preceduto ci credeva davvero. Mi chiedo, dunque, perché non crederci anche adesso.

E voglio continuare questa digressione, rispondendo infine alla domanda che sorge naturale alla lettura di questo breve lavoro: perché la Spada? Perché la scherma?

Perché proprio il Flos?

L’oggetto Spada ha una carica simbolica enorme. Una delle prime, se non proprio la prima arma brandita dall’uomo, è stata la Spada come strumento di morte ad essere onnipresente in tutte le battaglie umane nella storia. Testimone costante di quell’eterno ‘conflitto come evoluzione’ che tanto, come concetto, mi affascina e intriga. Aggiungiamo poi in epoca medioevale l’accostamento, quasi naturale, Spada-Croce, che ne ha fatto baluardo della fede contro l’infedele, e più in generale strumento di difesa della propria cultura, della propria terra, della propria famiglia. La ‘Nobiltà di Spada’ in età moderna era tale per aver guadagnato onore e rispetto in battaglia. Ancora oggi è un simbolo di potere e di esperienza, appuntata alla cintura degli ufficiali delle forze armate, pur utilizzando loro ben più avanzate armi ed equipaggiamenti. La Spada dunque, è più che una semplice arma. È l’immagine allegorica di tutti i sentimenti e i valori guerrieri che l’uomo, l’Eroe, ha dimostrato di possedere nei secoli.

E per questo motivo ho scelto, per la pregnanza di significato che assume, e con questo voglio concludere, di affrontare la parte inerente la Spada nel Flos Duellatorum.

È un manuale tecnico, e si collega naturalmente quindi al pensiero che condivido appieno riguardo al percorso di perfezionamento personale. Insegna poi all’uso dell’Arma simbolica e allegorica per eccellenza, brandita con ardimento e coraggio dagli Eroi del passato che pure sono, per chi scrive, di ispirazione e modello per valori e sentimenti.

È stata infine, questa piccola avventura, un esercizio insieme utile per quanto riguarda le conoscenze acquisite studiando per l’università e divertente e appassionato per quanto riguarda l’oggetto e l’argomento trattati. Un punto di incontro di passione e cultura personale nonché di conoscenze che spero di aumentare col tempo in qualità e quantità.

Umilmente termino, ringraziando chi, con le sue scelte di vita che si sono abbattute come fendenti sulla mia, ha permesso che mi nascessero dentro tali interessi, ispirazioni ed aspirazioni.

Tempus Fugit: la storia di un vecchio – parte 2

Tempus Fugit: la storia di un vecchio – parte 2

Il vecchio Ettore sorrise, probabilmente felice alla notizia che a questo mondo esistono ancora ragazzi con un po’ di buoni principi, o forse soltanto perché il ragazzo che gli stava seduto affianco non era ancora scappato dopo aver ascoltato le sue prime parole.

Perché è cosi che fanno i ragazzi adesso, scappano. Vogliono fare di testa loro e non accettano consigli.

‘Signore -parlò Angelo- ha detto di aver vissuto il tempo della guerra, le andrebbe di raccontarmi qualcosa? Qualsiasi cosa. Ho voglia di ascoltare una storia’

A questa domanda, una luce di vita illuminò gli occhi del vecchio Ettore, un fremito gli attraversò le mani nodose e un sorriso bello come quello che doveva aver avuto da giovane gli ridisegnò le rughe sul volto.

‘Ragazzo mio, nessuno me lo aveva mai chiesto’

‘C’è una prima volta per tutto signor Ettore, dovrebbe saperlo’ ribatté Angelo.

L’anziano signore si schiarì la voce come se stesse per incominciare a parlare ad un pubblico, orgoglioso e fiero di avere una intera vita da raccontare a quel ragazzo curioso come non ne aveva mai incontrati prima. Si girò verso Angelo, poggiò le mani sulle ginocchia e cominciò a parlare, la voce che attimi prima era tremula ritrovò quel vigore che aveva colorato e animato la sua gioventù.

‘Ragazzo mio, era il 1943 ed era dicembre. L’armistizio di settembre aveva rivoltato tutto, tutto era cambiato: i tedeschi erano degli invasori e gli americani stavano risalendo l’Italia. Io sono nato qui figlio mio. Questa è la mia terra, la mia casa!

Avevo 17 anni allora, ero poco più che un ragazzo come lo sei tu adesso. La guerra mi aveva portato via un padre e un fratello che erano partiti per la Grecia e l’Albania e non erano più tornati. Ancora oggi mi piace pensare, o perlomeno mi consola immaginare, che siano andati laggiù a morire per un qualche buon motivo’

A questo pensiero, una brevissima impercettibile ombra attraversò quegli occhi che pochi secondi prima erano vivi e luminosi. Ma quella vecchia roccia non si lasciò intristire e continuò il suo racconto, rendendo onore al nome combattente che portava.

‘Guarda quella montagna. Quando ero bambino, i miei genitori approfittavano delle domeniche di primavera per portare noi figli in mezzo a quei boschi. Era la scampagnata di famiglia, e io e i miei fratelli non aspettavamo altro. Sapevamo che avremmo gustato le migliori leccornie preparate dalla nostra amata mamma, sapevamo che saremmo stati liberi di giocare per quei prati e in mezzo a quegli alberi. Era la nostra fuga il nostro spigolo di innocente bellezza. Ed era tutto ciò di cui davvero avevamo bisogno. Poi gli anni passarono e venne la guerra. Il Duce, Hitler, Berlino, Roma, gli intrighi, la politica erano troppo lontani da questo paese, ma gli effetti della storia cominciarono a sentirsi anche qui. Non andammo più in quei boschi. Avevamo paura. Io e la mamma restammo qui mentre mio padre e mio fratello maggiore venivano chiamati alle armi. Ricordo ancora quella mattina terribile. Pioveva. Mio padre, pace all’anima sua, era l’uomo più bello del mondo vestito com’era di quella divisa. Mio fratello maggiore tremava e piangeva. Mia madre pregava. Io tenevo in braccio Giovannino, mio fratello minore, che fissava incantato nostro padre come si guarda l’immagine di un re. Poi partirono. Negli anni successivi, ricevemmo quelle lettere maledette, e la visita di due ufficiali che ci portavano la notizia che quei due uomini meravigliosi, uno troppo vecchio per combattere, l’altro troppo giovane per sopravvivere, avevano pagato il prezzo più alto. Mia madre non si sarebbe più ripresa.

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